Una casa costruita sulla sabbia

Il nuovo segretario del PD, appena indicato dalla provvidenza, è qui colto nella sua prima, genuina, reazione: “Chi, io!? Cazzo.”

Tra le tante scissioni della sinistra italiana la più frequente e pericolosa è quella dalla realtà.

Questo era l’incipit di un articolo che avevo iniziato a scrivere qualche giorno fa. Lo consideravo la continuazione dell’ultima cosa che ho pubblicato qui sul blog (La piccola finestra sul futuro), nella quale mi chiedevo come ci stiamo preparando al futuro. Col nuovo articolo avrei cercato di puntare l’attenzione, in modo più specifico, sull’eventuale presenza, all’interno di quello che per me è stato per tanti anni il punto di riferimento politico, il Partito Democratico, di una vera discussione su come affrontare l’attuale fase di passaggio, dunque prepararsi al domani.

Oggi alcune delle considerazioni contenute in quella bozza sono diventate vecchie ancor prima di essere pubblicate: questo per via delle dimissioni – comunicate giovedì 4 marzo – del segretario del PD Nicola Zingaretti.
Ciò dimostra due cose: siamo in un periodo di transizione caratterizzato da forte instabilità; sono lento a scrivere.
Riprendo qui le fila del ragionamento che avevo iniziato, integrandolo e modificandolo alla luce dei recenti sviluppi.

Dunque, tra le tante scissioni della sinistra italiana la più frequente e pericolosa è quella dalla realtà.
Comincio riportando due esempi: li ho scelti, fra i tanti possibili, perché per varie ragioni sono due episodi che nell’ultimo periodo mi hanno colpito un po’ di più degli altri.

Nella settimana in cui l’attenzione dei media italiani era concentrata sull’umiliante storia dei commissari alla sanità della regione Calabria – in pochi giorni, dal 7 al 17 novembre 2020, nel pieno della pandemia si sono avvicendati, per vari motivi uno più imbarazzante dell’altro, tre funzionari (addirittura quattro se si conta anche il coinvolgimento dell’incolpevole Gino Strada) -, il canale di comunicazione online Immagina, col quale il PD dell’era Zingaretti ha cercato di produrre e diffondere la visione del futuro di cui il partito avrebbe voluto farsi portatore (sul sito viene definito: “Uno spazio dove elaborare e condividere idee e progetti per una società nuova. Una casa aperta a tutti coloro che hanno a cuore l’Italia e l’Europa del futuro“, e ancora, “Un luogo dove elaborare, proporre, condividere idee e progetti per una società nuova, che sia in grado affrontare le molteplici sfide della contemporaneità“), spingeva su uno dei cavalli di battaglia più vecchi della politica italiana – e sto prendendo in considerazione non solo la fase repubblicana ma anche quella precedente, monarchica: la Calabria e il sud come motori dello sviluppo italiano ed europeo.

Nei giorni in cui il secondo governo Conte presentava al Parlamento l’ultima versione del Recovery Plan – il documento contenente le linee politiche che il governo italiano avrebbe utilizzato per allocare le risorse europee (i famigerati 209 miliardi di euro parte del Next Generetion EU), documento che in buona sostanza diceva così: “se ci date i 209 miliardi faremo ciò che non abbiamo fatto negli ultimi trent’anni, fidatevi, tenteremo di colmare il divario che separa l’Italia dagli standard di sviluppo europei puntando su tre pilastri: mercato, concorrenza, produttività” – ecco, in quegli stessi giorni il PD festeggiava, in occasione dell’anniversario del congresso di Livorno, i cento anni del PCI, con sguardo nostalgico verso i suoi ideali e con la speranza di recuperarli come base per il futuro. A partire da tre pilastri: avversione al mercato, demonizzazione della concorrenza, disprezzo per la produttività.

In entrambi i casi la scissione dalla realtà non è emersa, anzi: l’atteggiamento utilizzato è stato quello in base al quale in caso di conflitto tra proprie convinzioni e realtà è ovviamente quest’ultima a doversi fare da parte.
La conseguenza è che il discorso pubblico è spinto su un piano diverso da quello della realtà.

Questo atteggiamento va ben oltre i due esempi specifici: è una costante culturale.
Imponenti costruzioni politiche sono state edificate a partire da questo caposaldo, ed il vizio strutturale di base ha fatto sì che tali architetture finissero per essere adagiate su fondamenta precarie fatte di contraddizioni, falsi storici studiati ad arte, erronee credenze ben radicate, ingombranti fardelli corporativi.
È lecito chiedersi, in un momento di crisi che impone nuove fasi costituenti, se stiamo correndo il rischio di ripetere tale errore di fondo, pregiudicando così il futuro.
Quale potrà essere, infatti, il destino dell’ennesima costruzione che alla base delle sue stesse fondamenta pone la scissione dalla realtà? La risposta a questa domanda non è poi così difficile: l’instabilità, la crisi senza fine.
C’è però un’altra domanda, forse più interessante e meno deprimente, per la quale la risposta non è così scontata.
Quali potrebbero essere, al contrario, le idee da usare come mattoni per delle fondamenta solide?Preferisco guardare la situazione da questo punto di vista, e secondo me si potrebbe partire da qui.

Il ruolo del leader
Il leader non dice ai propri elettori ciò che questi vogliono sentirsi dire. Il leader è una guida che ti porta avanti, non un gregario che ti tiene fermo lì dove sei, dicendoti che infondo va bene così e che non ha senso muoversi dalle proprie posizioni.
Più volte in questo blog ho scritto di come, a mio avviso, per affrontare i tempi che stiamo vivendo, dobbiamo imparare a rigettare la favola dei due populismi tra loro contrapposti – quello cattivo e quello di buono -, bene, allo stesso modo dobbiamo rigettare l’idea di due diverse declinazioni di pifferai magici: cattivi se dicono cose che non ci piacciono, buoni se invece dicono cose a noi gradite.
I pifferai magici sono tali proprio perché raccontano esattamente ciò che vogliamo sentire: è in questo modo che ci rendono vulnerabili alla loro subdola arte.
Io non sono vulnerabile alle falsità dette da Donald Trump, ma, per un periodo della mia vita, sono stato, ahimè, vulnerabile alle falsità dette da Marco Travaglio, perché in quel periodo diceva proprio le cose che volevo sentire sul conto del mio “nemico” Berlusconi.
Oggi so che i bugiardi sono tutti uguali.
Il leader racconta la verità: ciò che è, non ciò che vorremmo. Dunque spiega la realtà, non la mistifica, non la nasconde. Il leader ha il coraggio di sfidare i tabù.
Le idee di Berlinguer erano tutte giuste? No, e con pazienza e pacatezza il vero leader spiega perché; anche se la verità, in un primo momento, ad alcuni farà male e non piacerà.

Il rapporto col proprio elettorato
Se sono convinto che la platea alla quale mi sto rivolgendo è composta da stupidi, finirò inevitabilmente per dire cose stupide.
Rispetto per gli elettori: non sono tifosi, non sono comparse. Non sono neanche “datori di lavoro arrabbiati” però.

Il fine non giustifica i mezzi
Cerco di farmi capire utilizzando, anche in questo caso, un esempio; questo però inventato (ma in ogni caso verosimile).
Un leader di destra va in tv, mettiamo da Fazio, ma può essere davvero qualsiasi trasmissione italiana, tanto sono tutte uguali, e dice: “i banchieri ebrei rovinano il mondo”. Seguono sdegno, nei confronti del leader di destra naturalmente, e la condanna della sua malvagia ignoranza.
Bersani va in tv, diciamo da Floris – del resto lì ormai ci vive -, e dice: “i banchieri tedeschi rovinano la Grecia”. Seguono sdegno, nei confronti dei banchieri tedeschi questa volta, e un caloroso applauso per l’ex leader del PD.
Cosa è successo? Sono entrambe bugie, calunnie, mistificazioni, ma sono accolte in modo diametralmente opposto: perché?
Perché questa è l’inevitabile conseguenza del ragionare esclusivamente in modo ideologico, senza riflettere, col cervello impermeabile ai fatti ma straripante di presunte verità indiscusse.
Se siamo convinti che il nostro fine politico sia indiscutibilmente giusto, allora qualunque mezzo per raggiungerlo sarà evidentemente lecito: anche piegare la realtà a nostro piacere.
Questa dinamica è sfruttata dalla cattiva politica ed amplificata dalla cattiva informazione, che ci vendono una visione distorta della realtà. Noi, guidati da questa visione, facciamo scelte sbagliate e ci roviniamo la vita con le nostre stesse mani: per esempio votando per degli imbecilli.
Nelle fondamenta di un buon partito c’è l’impegno a non agire così.

Dire qualcosa di intelligente
Rompere la maledizione di Nanni Moretti, in base alla quale la credibilità di un leader di sinistra si misura dal numero di cose di sinistra che dice (minimo sindacale una: “dì una cosa di sinistra, una!“). Ora, dire qualcosa di sinistra è sbagliato? No, ovviamente: a patto però che sia qualcosa di intelligente e soprattutto non sia una dichiarazione vuota, fuori dalla realtà o comunque fine a se stessa.
Il problema sorge infatti quando ci si convince di poter affrontare i problemi del mondo dicendo qualcosa di sinistra.
“I problemi ambientali? Vogliamo un mondo sostenibile!”
Bene, che bravi, l’abbiamo detto, abbiamo fatto quello che dovevamo fare, anche per oggi è andata, possiamo tornare tutti a casa. Poi quelli di noi che vivono nella pianura padana, anche quelli di sinistra, tornano a casa in uno dei posti più inquinati – dunque pericolosi – del mondo: ma che importa, la cosa di sinistra ce la siamo detta.
Un esempio di due approcci diversi: l’Unione Europea con il Green new deal aveva stanziato 500 miliardi di euro per l’ambiente (“aveva”, perché la pandemia ha stravolto bilanci, progetti, priorità, ecc…); il PD negli ultimi anni ha detto varie cose di sinistra. Quale tra questi due approcci è più utile? Quale avrà maggiori possibilità di produrre conseguenze concrete nel mondo reale, anche al di fuori delle nostre teste?
È, in fin dei conti, un atteggiamento “depresso”, passatemi il termine; che ti fa dire: come affrontiamo questo problema? Con razionalità, studiando i dati, mettendo a punto un piano d’azione, recuperando le risorse per metterlo in atto, curandone l’applicazione, studiandone i risultati, migliorando i punti deboli emersi e potenziando quelli più promettenti? No, questo è ovviamente fuori dalla nostra portata: limitiamoci quindi a dire qualcosa di sinistra.

Nota: io non ce l’ho con Nanni Moretti, ma quando ho appreso la notizia della marcia sul Nazareno (la sede del PD) da parte delle “Sardine” – argomento che oggi non ho la forza né la voglia di affrontare… -, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata la stagione dei “girotondi”, di cui proprio Moretti è stato protagonista. Non ce l’ho con lui; ma quanti danni!

Non impiccarsi alle parole
Non solo “resilienza” e “sostenibilità”, ma anche tutte le altre.
“Partecipazione”, “costruzione dal basso”, “redistribuzione”, “casta”, “società civile”, “neoliberismo”, “turbocapitalismo”, “transizione ecologica”, ecc.
Tutte parole inutili o addirittura controproducenti se usate a caso, come slogan per costruire consenso su base identitaria: come dei sovranisti qualsiasi.
Scorciatoie per la semplificazione di qualunque concetto: dunque strumenti del populismo.
Avete presente le infallibili “soluzioni facili per problemi complessi”? Fateci caso, partono tutte da parole d’ordine banali, svuotate di ogni reale significato.

Non morire di coerenza
Mi rendo conto che questo punto potrebbe suonar male e prestarsi facilmente ad esser frainteso: però su questo ghiaccio sottile voglio andare avanti lo stesso, anche a costo di correre qualche rischio, perché lo ritengo un punto importante.
Le basi solide sono costruite sulla ragionevolezza: questa a volte richiede la capacità di cambiare idea, dunque un certo grado di ragionevole flessibilità (stavo per scrivere resilienza…). Il discorso è sempre legato alla realtà e alla necessità di essere fedeli ad essa: questa cambia e ci impone di cambiare.
“Non cambio idea, io sono una persona coerente!”, è una frase molto comune: a volte ha senso, altre volte no. Però a me fa spesso venire in mente un’immagine: quella del repubblichino che dopo l’8 settembre del ’43 ha aiutato i nazifascisti, senza entusiasmo ci mancherebbe, ma per coerenza. Per coerenza ha fatto la spia, per coerenza ha partecipato ai rastrellamenti, per coerenza ha caricato a forza persone su vagoni diretti all’inferno. Ecco, non è detto che la coerenza ti guidi sempre nel fare la cosa giusta, anzi a volte la tua coerenza te la devi mettere…
Ma anche in questo caso si potrebbe spostare l’attenzione sulla capacità di leggere la realtà: coerenti, sì, ma rispetto a cosa? Rispetto alla realtà, o rispetto alle nostre convinzioni?
Una costruzione solida, a mio avviso, si rifà alla prima opzione.

Tra generazioni
Le nuove generazioni hanno il diritto e il dovere di raccogliere il testimone da chi li ha preceduti, per poi consegnarlo a chi verrà dopo di loro. Nel farlo mettono in atto un lavoro di selezione: nel futuro si porta quello che ha funzionato, ciò che ha affrontato la realtà e non ne è stato travolto, ciò che ha dato risultati positivi per il maggior numero di persone. Il resto rimane storia: gloriosa, infame, misera, esaltante, ma in ogni caso storia.
Il lavoro di “cernita” ha la stessa importanza del lavoro di “ponte”: è anzi proprio quella scelta a contribuire a caratterizzare l’importa, unica ed irripetibile, lasciata da una data generazione.
Io mi impegno a non portare avanti gli errori di chi mi ha preceduto, chi mi succederà non porterà avanti i miei.

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